04 MAGGIO 2020

Maggio è un mese importante tutti gli anni, ma questo anno lo è ancora di più, infatti da ciò che ha detto Conte, il giorno 4 torneranno al lavoro circa 3 milioni di persone, non è certamente una cosa da poco, se la battaglia per i diritti e le tutele era essenziale prima della pandemia, ora lo è più che mai, abbiamo visto che in questi due mesi di fermo che la tutela dei diritti è diventata una questione di vita o di morte, dopo il 4 vedremo come si comporteranno i sindacati, considerando che lo Statuto dei lavoratori è “vecchio” di 50 anni, a questo punto c’è de chiedersi come si comporteranno, appunto i sindacati, per rilanciare la lotta per garantire e tutti una occupazione dignitosa e sicura.

Se esaminiamo i fatti accaduti Cinquanta fa circa, vediamo per così dire, che la Costituzione “veniva portata nelle fabbriche”, ma prima ancora, con l’auspicio di raggiungere tale obiettivo, nel 1952 Giuseppe Di Vittorio aveva proposto l’approvazione di uno Statuto dei lavoratori, un testo che rendesse effettive le garanzie relative al lavoro espresse nella Carta fondamentale e sino ad allora rimaste lettera morta.

Quella norma arrivò nel 1970. Era il 20 maggio quando la legge 300, intitolata “Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, veniva pubblicata in Gazzetta. Una legge assolutamente avanzata per l’epoca, con la quale si sottraeva agli imprenditori il controllo assoluto su ciò che accadeva nei luoghi di lavoro, permettendo l’ingresso ai sindacati, impedendo i licenziamenti “per rappresaglia” e disponendo che le assemblee sindacali fossero retribuite e organizzate all’interno di fabbriche e uffici. Con la legge 300 inoltre venivano fissate garanzie per gli infortuni, paletti a difesa della libertà di opinione e tutele rispetto al diritto allo sciopero.
Cosa resta oggi di quello Statuto? Per prima cosa, non si può non ricordare il suo pesante depotenziamento con la riforma dell’articolo 18 sui licenziamenti illegittimi, prima con la legge Fornero e poi col Jobs act.
Dopodiché, per farci un idea del livello di interesse che il mondo produttivo ha per i lavoratori e i loro diritti primari, possiamo sfogliare il Rapporto annuale dell’Ispettorato del lavoro pubblicato ad aprile. Ad esempio, al capitolo sulla tutela della salute e della sicurezza, oggi come non mai delicato, scopriamo che nel 2019 l’86% delle aziende ispezionate sono risultate irregolari (15.859 su 19.218). Un tasso identico a quello del 2018 e di 4 punti superiore rispetto al 2017. Certo, percentuali così alte di irregolarità possono indicare anche una buona capacità dell’Ispettorato di indirizzare le proprie, poche, forze verso le realtà più “a rischio”. Ma, se sommiamo questi dati a quelli relativi alle morti sul lavoro, il quadro assume tinte fosche.
A gennaio 2020, prima dell’emergenza coronavirus, hanno perso la vita 52 persone in incidenti sul lavoro, otto in più rispetto alle 44 registrate nel primo mese del 2019 (+18,2%). Poi la pandemia ha scompaginato le statistiche. Secondo i dati diramati il 24 aprile dall’Inail, le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Istituto nei primi tre mesi dell’anno sono state 130.905 (-16,9% rispetto allo stesso periodo del 2019), 166 delle quali con esito mortale (-21,7%) – un trend che è ovvia conseguenza del fermo produttivo – ma al contempo nel comparto di sanità ed assistenza sociale si è registrata un’impennata di denunce: +33% su base trimestrale e +102% su base annuale (marzo 2020 vs marzo 2019). I casi denunciati sono raddoppiati, passando dai 1.788 del marzo 2019 ai 3.613 del marzo 2020 (tre denunce su quattro riguardano il contagio da Covid-19).
I quasi tre milioni di cittadini che torneranno al lavoro a partire dal 4 maggio, con l’allentamento delle misure di lockdown, si troveranno alle prese con…